intestazione


Brani tratti da libri

Anonimo

Non è vero che i viaggi avvengono nella testa, che si può viaggiare rimanendo a casa, che si possono fare viaggi stupendi con la mente. No, non è vero. Il viaggio nasce nella testa, matura, ma per esistere ha bisogno di assorbire linfa attraverso i sensi, toccare, sentire, annusare, assaggiare.

Arto Paasilinna - da “Piccoli suicidi tra amici”

“… i problemi che in patria avevano trovato insormontabili, visti dall’altra parte dell’Europa apparivano davvero poca cosa. Il lungo viaggio insieme ai compagni di sventura aveva fatto rinascere il gusto di vivere. Il sentimento della condivisione dei problemi aveva rafforzato la fiducia in se stessi, e il distacco dagli angusti scenari quotidiani aveva allargato gli orizzonti. La vita cominciava a mostrare un volto nuovo: il futuro appariva più luminoso di quanto non si fosse potuto immaginare all’inizio dell’estate.”

Bruce Chatwin

Il viaggio non solo allarga la mente: le dà forma.

Claudio Magris - da “L’infinito viaggiare”

"… Il viaggio sempre ricomincia, ha sempre da ricominciare, come l’esistenza, e ogni sua annotazione è un prologo; se il percorso del mondo si trasferisce nella scrittura, esso si prolunga nel trasloco dalla realtà alla carte – scrivere appunti, ritoccarli, cancellarli parzialmente, riscriverli, spostarli, variarne la disposizione. Montaggio delle parole e delle immagini, colte dal finestrino del treno o attraversando a piedi una strada e girando l’angolo. Solo con la morte, ricorda Karl Rahner, grande teologo in cammino, cessa lo status viatoris dell’uomo, la sua condizione esistenziale di viaggiatore. Viaggiare dunque ha a che fare con la morte, come ben sapevano Baudelaire o Gadda, ma è anche un differire la morte; rimandare il più possibile l’arrivo, l’incontro con l’essenziale, come la prefazione differisce la vera e propria lettura, il momento del bilancio definitivo e del giudizio. Viaggiare non per arrivare ma per viaggiare, per arrivare più tardi possibile, per non arrivare possibilmente mai. … Un viaggio senza un percorso e senza mete obbligate, perché dopotutto in quel luogo non c’è quasi niente da vedere, è una scuola di percezione, spiega Paolo Buozzi, maestro di questa scienza che insegna non come è fatto il mondo, ma come i nostri sensi lo afferrano. Percepire richiede tempo, lentezza, la libertà dell’ozio che permette di soffermarsi su un effetto di rifrazione della luce o su un carnoso fiore di oleandro; richiede di non essere assillati dalla fretta né da un risultato da raggiungere, ma di poter scialacquare il tempo, lasciarlo andare o buttarlo via come una fetta d’anguria appena assaggiata, che si getta con noncuranza, perché di anguria bella, rossa e grande, ce n’è ancora tanta, e basterà per macchiare la camicia con il sugo che schizza tra i denti. Questo è uno di quegli spazi paralleli, contigui alla nostra realtà quotidiana, cui si passa accanto molto spesso ma in cui non si entra quasi mai, come in certe vie della propria città o in certi paesi ai margini dell’autostrada. Avevo sfiorato, attraversato, costeggiato tante volte queste terre basse di fiume e di mare, ma senza mai veramente vederle, toccarle. Il vagabondaggio tra questi campi e questi paesi non cerca ricordi, nostalgie, tenere e precarie reliquie dell’Io, ma il mondo al di là della siepe. Non si cerca, in fondo, niente: ci si lascia andare, come un pezzo di legno in una roggia. … Viaggiare è una scuola di umiltà; fa toccare con mano i limiti della propria comprensione, la precarietà degli schemi e degli strumenti con cui una persona o una cultura presumono di capire o giudicano un’altra. … Si torna a casa. Molti amici mi chiedono come mai non mi stanco a viaggiare tanto e spesso così lontano. Ci si stanca invece a casa, nella propria città e nel proprio mondo, stritolati da assilli e doveri, trafitti da mille frecce quotidiane banalmente velenose, oppressi dagli idoli della propria tribù. Il viaggio, anche il più appassionato è sempre pausa, fuga, irresponsabilità, riposo da ogni vero rischio. Si torna dunque a casa, nel mondo adulto, serioso, invadente. Qualche volta, non si vorrebbe proprio crescere, bensì rimpicciolire, nascondersi, magari – come gli gnomi delle fiabe sotto i funghi – sotto uno di quei grandi cappelli conici vietnamiti che, doverosamente, ci si porta a casa per ricordo. … Ad ogni viaggio, ad ogni partenza, alcuni sensi si acuiscono ed altri si ottundono. Ad assopirsi sono le antenne della sospettosa e ansiosa sorveglianza quotidiana, di solito pronte a registrare i segnali di tutto ciò che può minacciare l’ordine e il dominio del piccolo mondo in nostro potere; partire è anche un lasciarsi andare, mollare la zavorra, socchiudere gli occhi come quando si guarda il sole, pigliare quel che viene. Si risveglia la percezione dei colori, degli odori, della superficie liscia o ruvida delle cose, di dettagli anche insignificanti. Una città si rivela pure nel riverbero delle sue nuvole, nella qualità della sua luce, nell’indugiare dei suoi tramonti o nel precipitare del suo buio. Già andando all’aeroporto di Sidney verso il centro, è istintivo notare la differenza tra una varietà e un’altra di eucalipti, ai bordi della strada, con un’attenzione decisamente più viva di quella rivolta al verde che capita di attraversare per andare in ufficio e che spesso rimane solo un generico verde."

di Jorge Luis Borges

Se io potessi vivere nuovamente la mia vita, nella prossima cercherei di commettere più errori. Non tenterei di essere tanto perfetto, mi rilasserei di più, sarei più stolto di quello che sono stato, in verità prenderei poche cose sul serio. Correrei più rischi, viaggerei di più, scalerei più montagne, contemplerei più tramonti, attraverserei più fiumi, andrei in posti dove mai sono stato, avrei più problemi reali e meno immaginari. Io sono stato una di quelle persone che vivono sensatamente, producendo ogni minuto della mia vita. E' chiaro che ho avuto momenti di allegria. Ma, se potessi tornare a vivere, cercherei di avere solamente momenti buoni. Perchè di questo è fatta la vita, solo da momenti da non perdere. Io ero una di quelle persone che mai andava da qualche parte senza un termometro, una borsa di acqua calda, un ombrello ed un paracadute: se tornassi a vivere viaggierei più leggero.
Se io potessi tornare a vivere, comincerei ad andare scalzo all'inizio della primavera e continuerei così fino alla fine dell'autunno. Girerei più volte nella mia strada, contemplerei più aurore e giocherei di più con i bambini.
Se avessi un'altra volta la vita davanti .....ma, vedete, ho ottantacinque anni e non ho un'altra possibilità"